Macedonia: 12 arresti e tanta rabbia

MACEDONIA: 12 arresti e tanta rabbia

Articolo pubblicato su eastjournal.net il 14 Aprile 2016

È di dodici arresti il bilancio della giornata di ieri nella capitale macedone. Ma andiamo con ordine:

Ieri, la decisione del presidente Gjorge Ivanov di bloccare tutte le procedure giudiziarie nei confronti dei politici coinvolti nello scandalo intercettazioni viene pubblicata sulla gazzetta ufficiale.

Verso le 18,30 inizia l’assembramento, organizzato da Protestiram, davanti all’ufficio del presidente della Macedonia a Skopje. In piazza ci sono le varie componenti della società civile, le NGOs, i partiti di sinistra e anche l’opposizione di Zaev. Un’ora dopo, la manifestazione continua verso il parlamento, dove si sviluppano alcune tensioni con la polizia. I manifestanti intendono raggiungere la sede del partito di governo, VMRO-DPMNE, ma la polizia li blocca.

Il corteo ritorna sui suoi passi e si dirige nuovamente verso l’ufficio presidenziale. Questa volta inizia una sassaiola e l’ufficio viene letteralmente demolito. Spuntano i primi ermellini della polizia, ma i getti d’acqua non vengono azionati. I manifestanti si dirigono verso il Ministero della Giustizia e intervengono le forze speciali che attaccano i manifestanti e disperdono il corteo.  “La folla si è divisa in tre”, spiega Mariglen Demiri, uno dei leader del movimento, “è a questo punto che sono iniziati i fermi e gli arresti”. Tra i dodici arrestati anche Branimir Jovanovic, economista e ricercatore ospite all’università di Torino, mentre non è chiaro il numero dei feriti, tra i quali anche un giornalista del portale web Plusinfo.

In queste ore la polizia macedone ha bloccato ai mezzi l’accesso al centro. La società civile si sta radunando nuovamente davanti al parlamento. Si attende, sempre in centro, anche una manifestazione dei pro-governativi, organizzata dall’associazione dei cittadini per la difesa della Macedonia. Dopo i fatti di ieri la tensione è alta e il clima dopo gli arresti non può che peggiorare.

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Pietro Marubi

Pietro Marubbi, l’italiano di Scutari primo fotografo dei Balcani

Articolo pubblicato su eastjournal.net il 30 gennaio 2016.

Attese la sua vittima ad una svolta di strada l’affrontò parlandogli in sul viso con piglio di affaccendato, disse lasciatemi andare al centro che ho fretta. Mentre il duca rispondeva: che sfacciataggine è questa, quegli gli squarciava con larga ferita il ventre, da basso, e tenendo il coltello immerso, si spinse alcuni passi addietro, per modo da trovarsi al coperto dall’intendente addietro che accompagnava il Duca”.¹

Il 26 marzo 1853 alle 5.30 pomeridiane un gruppo di mazziniani assassina il Duca di Parma, Carlo III di Borbone. Dopo l’omicidio il gruppo lascia l’Italia: qualcuno emigra in Argentina, qualcuno in Turchia. Ad oggi l’assassino di Carlo III di Borbone resta ancora sconosciuto.

Da quel giorno inizia l’avventura di Pietro Marubbi, coinvolto nell’assassinio del Duca.

Pietro nasce a Piacenza nel 1834, in un periodo di rivoluzione per l’Europa. L’Italia è divisa tra regni e ducati ma l’idea di una Repubblica unita, luogo di libertà e giustizia iniziano a diffondersi per tutto il paese. Durante l’adolescenza Pietro, affascinato da tali teorie, si avvicina ai mazziniani. Dopo l’assassinio del Duca, lascia Piacenza e si dirige a Corfù, da cui riparte per raggiunge Valona. Da lì si sposta ancora, insediandosi definitivamente a Scutari. È lì che nel 1856 apre il primo studio fotografico in Albania e probabilmente il primo di tutti i Balcani.

A metà ottocento Scutari era uno dei più importanti sangiaccati dei Balcani. La posizione geografica favorevole, la rendeva uno snodo importante per i commerci tra Oriente e Occidente. La città era diventata un importante centro culturale, caratterizzata da un animo vivace ed internazionale: vi abitavano russi, francesi, inglesi, greci, spagnoli ed una grande comunità italiana.

Pietro Marubbi diventa Pjetër Marubi. Sposa Marietta, una goriziana di vent’anni più vecchia di lui. A Scutari si fa conoscere come pittore ed architetto. Disegna i progetti della cattedrale e dell’ambasciata italiana e dipinge diverse chiese sparse per tutto il territorio balcanico. Nel 1856 apre il primo studio fotografico a Scutari, Dritëshkroja, “scritto con la luce”. Le prime foto ritrovate, però, risalgono al 1858.

Pjetër assume un giardiniere, padre di due figli: Mati e Mikel Kodheli. Adotta artisticamente questi due ragazzi e li manda a studiare fotografia a Trieste, nello studio di Sebastianutti e Benque. Alla morte di Pjetër nel 1903, è Kel ad assumersi la responsabilità non solo dello studio, ma anche del cognome, tramandato poi a suo figlio Gëgë. Nasce così la Dinastia Marubi.

Lo studio di Pjetër Marubi si specializza in servizi fotografici per privati, lavorando indistintamente con tutte le classi sociali. Le sue immagini raccontano uno spaccato unico dell’Albania dell’epoca. Oltre ai ritratti, Pjetër scatta servizi fotogiornalistici per riviste estere, tra cui la rivista italiana “Illustrazione Italiana”.

Oggi l’archivio Marubi comprende 100.000 fotografie, la maggior parte stampate su lastra, a cui se ne aggiungono 400.000 di quattordici differenti autori. Nel febbraio 2012 il ministero della Cultura di Tirana propone all’allora ventiquattrenne Luçjan Bedeni la posizione di direttore del Museo Nazionale Marubi di Scutari. «L’inizio non è stato facile», spiega Luçjan. «La mentalità albanese è conservativa, se la paragoniamo all’Europa Occidentale, la mia giovane età focalizzava l’attenzione di tutti quelli che giravano intorno al museo; le mie idee erano più fresche e non venivano capite. Volevo rendere la collezione Marubi accessibile a tutti: non riguardava solo l’Albania, ma era un lavoro che abbracciava la storia umana del diciannovesimo e ventesimo secolo. Le foto dei Marubi ci danno la possibilità di capire da dove veniamo, raccontano storie di persone e di un’Albania che era sulla scena Europea».

Uno degli aspetti più importanti della storia di questa istituzione è l’inventario delle immagini. Fino al 2012 non c’era un archivio, Luçjan e la sua equipe lavorano un anno per completare l’inventario. Grazie alla rete creata da Luçjan, il progetto Marubi è entrato nel programma di sviluppo delle Nazioni Unite ed è promosso da una lunga lista di associazioni e istituzioni internazionali, tra cui la regione Friuli-Venezia Giulia.

Oggi parte dell’archivio Marubi è consultabile online sul sito http://www.marubi.gov.al e mattone su mattone si sta costruendo il nuovo museo.

Luçjan sta terminando il suo dottorato di ricerca su Pietro Marubbi, con la stesura di una tesi che verrà pubblicata entro fine anno in Italia. La ricerca ha portato alla conoscenza di fatti nuovi: ha trovato dei pagamenti fatti a Marubi e due medaglie da lui ricevute per servizi svolti. Il motivo di queste medaglie e dei pagamenti verrà svelato solo nella tesi e Luçjan non si sbottona.

¹Tratto da una lettera dell’incartamento relativo al processo all’avvocato mazziniano, Luigi Petroni (1854).

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Ikea – Family Day

Mentre a Roma va in scena la parata medievale della famiglia etero-cattolica, nei 21 punti vendita italiani, Ikea celebra il suo Family Day. Con lo slogan “per fare una famiglia non c’è bisogno di istruzioni”, l’azienda invita tutti a baciare la persona amata sulle note di “All you need is love”.

Ikea è una delle poche realtà in Italia all’avanguardia sulle politiche di Diversity Inclusion.

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Svegliati Italia

Suona la sveglia in piazza della Scala a Milano come in numerose altre piazze italiane per affermare il diritto all’uguaglianza in vista del ddl sulle unioni civili che approderà in Senato il 28 gennaio.

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Serbia: youth unemployment and EU entrance

Serbia’s bid to join the ranks of the European Union has led young Serbians to question whether their country could live up to EU regulations and political commitments. Some even question whether or not membership would bring the long awaited benefits they hoped for.

Serbia went through sweeping changes in the last fifteen years. The country’s borders were altered many times, and even if the nation closed the chapter on the Balkan wars of the 1990s, the effects of the past still echo in contemporary Serbian society.

Rejhana, 21, is a third-year art student at the State University in the southwestern city of Novi Pazar. She was a successful tennis player, but an injury stopped her career.

"I quite hope I will go somewhere else to live. I would like to attend postgraduate studies somewhere in Europe and try to stay there. I think is not much perspective for people who are keen on art in our country, especially our city. Before I started studying art, I had played tennis professionally for twelve years and then I stopped because of an injury. Afterwards I signed in my studying department. I have found myself deeply in it. Above all, I would like to devote myself to travels and meeting world and its gifts. I can see myself as a painter in the future, for example in five years, not in Serbia, but in some European country, having individual exhibitions and permanent job. Eventhough I think we are quite far from EU. Serbia is far from it by its mentality, attitudes, content. We hope it will change in the future and hope in the entrance to EU."

“I quite hope I will go somewhere else to live,” she says. “I would like to attend postgraduate studies somewhere in Europe and try to stay there. I think there’s not much perspective for people who are keen on art in our country, especially our city.”

Rather than staying in her native Serbia, Rejhana would like to devote herself to traveling and “meeting the world and its gifts.”

“I can see myself as a painter in the future, for example in five years, not in Serbia but in some European country, having individual exhibitions and a permanent job,” she said.

The biggest and most populous country in the western Balkans seems to be the furthest one from Europe. Serbia began its membership talks with the European Union last January. The arrest and extradition of the last of the country’s indicted war criminals and talks with Kosovo to normalise relations were the two key points demanded by Brussels as conditions to EU membership.

“Even though I think we are quite far from EU in terms of our mentality, our attitudes,” Rejhana said, “we [the youth] hope this will change in the future with entrance into the EU.”

Serbia’s situation is fragile. The unemployment rate is above 20 percent, and a lack of foreign investments has slowed down economic growth in the country. Furthermore, Cyclone Tamara, the worst of its kind in 120 years of recorded weather measurements, hit the region around Belgrade in last June.

Marko, 26, is the local youth representative of the Democratic Party of Serbia in Raska, a small town in south-central Serbia. Although he studies in the Faculty of Security in Belgrade, he spends a lot of time in his hometown and expressed concern for the situation of the youth there.

“There are a lot of problems getting a job in my hometown,” he said. “Over 50 percent of the youth is unemployed here. Politicians easily employ people they want, no matter if they are qualified for the job or not, and we often see situations where unqualified people work in places are normally reserved for those who graduated and are experts, but do not have political connections.”

Marko looks forward to better times if Serbia gets closer to the EU, attracting more investments and improving the country’s economy. “I worked on projects which were funded by the EU, and because of this experience, I can certify that the means of the EU would contribute to the faster development of our country and employment of the youth.”

However, Marko is also worried that being part of the EU could lead many young qualified people to leave Serbia, as “opportunities will undoubtedly become much easier than before.”

“The bad side to entrance [into the EU] is that if highly educated people leave the country, then unqualified people will remain and be left only to perform unskilled labor,” he said.

Others remain skeptical about the European Union, considering the less-than-stellar performances neighboring countries that passed through the integration process, like Romania and Croatia; and the 1999 NATO bombings in Belgrade that indelibly marked many Serbs.

Marija, 23, has just finished her BA in German language and now is attending an MA program in Kragujevac.

“Most of people are used to become professors after graduation of languages departments. Their ambitions stop at the point. I could find some job as a professor maybe in Kragujevac or even Belgrade. If I want to become a translator, I have to pass some additional exams and there are not many choices for employment. But I am sceptic about these jobs since those are not the things I would like to do in my life. Socio-humanistic studies are a kind of needless thing abroad, especially in Germany since they assume these sciences do not develop anything productive and concrete. German language is very useful, if besides it, a person has other skills and knowledge, but as an individual task to deal with is quite hard to be productive: it requires a huge devotion and connection with other sciences, such as Medicine, Engineering, Law, etc. I mostly hang around with people who are at my age or have just finished their studies. All of them were convinced their studies are very perspective when they entered the university. Now, many of them are sceptic of finding a job and if those jobs are the ones they would like to do. They now can clearly see the corruption while employing: politics is involved and it is not enough to be an extraordinary student to find a job at your field of studying. Most of them are aware they will have to do jobs which are not at a level their studies promised to be. Speaking about EU, I have to say the fact that EU is not held by the whole EU, but some countries from it. It is not known that EU commands the life conditions of other countries. For instance, Portugal is not allowed to produce its own wine since the French and the Italians do so. People from Portugal used to produce it and live from agriculture, but now they are paid not do it. People do not take this into consideration and run towards EU. Also, many nations make a mistake denying their own currency. Even Germany made the same mistake since the sale of mark has resulted with weake

“I have to say that EU is not held by the whole European members, but only by some countries within it,” she said. “It is not known that the EU commands the living conditions of other countries. Small countries like Serbia were just dropped into a system of aristocratic rule. Countries like Germany or the UK actually command the economic flow and get the credit.”

Serbia has its own fight against the corruption in the political system that has contaminated the economic sector. Membership of a political party seems to be a prerogative if someone wants to get a job, and the salaries are too low to ensure proper living conditions.

Milanka, also 23, comes from Blace, a town in southeast Serbia. She studies Literature and Literary Theory in Belgrade.Milanka (Lana), 23 years old, comes from Blace a town in South-East Serbia, she studies Literature and Theory of Literature in Belgrade.

“Unemployment is a huge problem,” she said. “People work for very little money. I did not have any perspective there (Blace), and I moved to Belgrade just because I was convinced I would have more opportunities here. The university is better. I could make some contacts with people who could help me to go abroad. I had a dream to leave Serbia; because, being a disabled person, I am aware that my chances for having a normal life in Serbia are small.”

The young Serbian says that many employers don’t employ a person with disabilities. “Some employers were very kind with me, and they told me they would call me, but they did not,” she adds.

“Political factors will decide if Serbia will enter the EU ,and I do not have a defined attitude towards the EU,” Milanka said. “Neither do many people. Even if we entered the EU, we would hardly get used to the tasks which they would require from us. Standards are quite different, and it would take years for Serbia to adopt their way of thinking and acting. We are simply not at the same level. Our nation is really specific. We are quite stubborn, odd and focused on personal ideas more than on work. Garrulity is one of our defining personal characteristics.”

Many young people are conscious of the lack of prospects awaiting them once they finish their studies. Some look for better perspectives abroad, with Germany and Northern Europe among their preferred destinations. But the same youths, mistrustful and critical of the Serbian system, may be the generation that will lead Serbia out of its past.

All right reserved ©Mattia Marinolli

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Abdullah Özalp

_0000069Abdullah Özalp, sessant’anni, quattro figli, tutti lontani, ma non troppo. Uno insegnante, uno dottore, nessuno scultore, «è un mestiere difficile,» dice, «pochi guadagni in questo paese, la gente non è interessata», degli_0000015 altri due figli non ne parla. Abdullah vive ad Harbye nella regione di Hatay, a pochi passi dal confine siriano, è scultore da cinquant’anni, «cento dicono i miei figli, dato che lavoro sedici ore al giorno». I capelli, una volta
neri, sono ormai grigi, il corpo piccolo, due mani poderose. Figlio e nipote di amanuensi, cesellatori della pietra di un’antico metodo di stampa. Orgoglioso delle sue origini, «iniziai così a scolpire la pietra», spiega. Sfoglia un libro di suo padre Ali, scegliendo la pagina quando alzo la macchina fotografica.

«Mi hanno commisionato di tutto,» dice, «ho inciso una scacchiera per Antony Quinn e una per quel francese_0000024
che andava sott’acqua», Jacques Cousteau, «anche il Vaticano mi aveva commissionato un tavolo, quando c’era quel Papa a cui un turco aveva sparato,» Giovanni Paolo II, “ma il piede per poggiare il piano arrivava a metà della scultura e in Europa sostenevano che doveva poggiare sulla testa, non è usuale dicevano, avevano già firmato le carte, ma i prelati da Istanbul dicevano che non era conforme un tavolo del genere, non normale. Io gli risposi: “Perchè io sono normale?”».

La sua casa è un museo, mosaici sul pavimento, teste ovunque. «Platone, Socrate, Marco Aurelio e sua_0000037 moglie Faustina, Hammurabi», storia e filosofia pavimentano il suo laboratorio. Marmo, basalto, argento minerale, gli si illuminano gli occhi. Il suo inglese arabizzato non lo ferma, cerca la parola, si esprime a gesti, la trova.

Orgoglioso, cerca una copia sgualcita del National Geographic turco del 2009, sepolta sotto decine di altre riviste. Parlano di lui.

«Poco tempo fa mi è venuto a trovare l’ambasciatore italiano», dice. Qual’è il personaggio che preferisci_0000046 scolpire? «Marco Aurelio, Socrate», ma è su Dafne che ha un debole, confida con un sorriso. «ah Defne! Questa l’ho scolpita con un mio design, anche quest’altra e anche quella nell’angolo».

Arriva un conoscente, lo accompagna un potenziale cliente che arriva da lontano, Istanbul. Un veloce giro nell’atelier. L’accompagnatore si gira, unisce gli indici silenziosamente ad indicare la sua grande amicizia con il grande scultore. Se ne vanno. Abdullah si siede ed instancabile, continua il suo lavoro.

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Sevra Baklaci

(Harbye, Marzo 2014) Sevra Baklacı è una giovane donna giornalista. Sevra è turca, ma anche un po’ siriana. Sevra è una persona mite che vive perseguendo le sue idee, il suo senso di giustizia, senza aver paura di mettersi in gioco, ma finisce, per il suo lavoro di giornalista, nella lista nera dell’opposizione siriana.Sevra Baklaci running for the elections in Defne

Sevra Baklacı nasce nel 1983 a Yeşilpınar, un piccolo villaggio a sud di Antiochia nella Turchia meridionale. La più vecchia di tre sorelle, «era difficile fare amicizia con i miei coetanei quando ero piccola, dato che ero cresciuta in un’ambiente di persone anziane. Mi sentivo più matura e vedevo il mondo con altri occhi. Riuscivo a coglierne i dettagli».

Si sposta a Gaziantep, il capoluogo della provincia vicina, per l’università. Dopo una laurea in scienze sociali torna nella provincia di Hatay, dove inizia a lavorare come insegnante delle medie. Finiti i contratti rimane disoccupata per tre anni, «iniziai a preparare il KPSS¹, ma una volta passato non diede i suoi frutti».

Sevra Baklaci in her way to a meetingNel 2011 a pochi chilometri da Antiochia, scoppia la Guerra civile siriana, Sevra si era trasferita a Damasco pochi mesi prima per migliorare il suo arabo, «la madrelingua in Hatay è l’arabo, ma siccome la politica del governo turco non ne permette l’insegnamento a scuola, non sapevo nè leggere, nè scrivere. Quando arrivai a Damasco, mi sentii come tornata alle origini, ero a casa. In Turchia era difficile vivere la mia cultura». La provincia di Hatay è una lingua di terra che penetra nella Siria, venne annessa alla Turchia nel 1939 a seguito di un referendum popolare.

Durante il primo periodo a Damasco, Sevra è colpita da come le notizie sulla situazione siriana venivanoSevra Baklaci trattate differentemente in Turchia, scrive diverse lettere ai media turchi, esprimendo quanto fosse diversa la situazione reale, ma non ottiene risposta. «Nel 2012 iniziai a lavorare per la Syrian Arab News Agence (SANA), traducevo le notizie in turco», nello stesso periodo Sol, una testata comunista turca, la contatta per un’intervista. Dopo l’intervista, Sevra inizia a scrivere per il giornale come reporter dalla Siria. «L’anno successivo, SANA mi propose di diventare conduttrice televisiva, ero tentennante, non volevo accettare, il posto era vacante, mancava personale, c’era la guerra e alla fine mi sono decisa. Le notizie dei media turchi su quello che stava accadendo in Siria erano falsate, volevo offrire una scelta».

Sevra Baklaci at the BaazarPoco tempo dopo Sevra scopre di essere nella lista nera dell’opposizione siriana, come succede alla maggior parte dei giornalisti che lavorano per la tv di Stato. «Stavo digitando il mio nome su google» ride, «e mi scoprii in una death-list dell’opposizione. Passai oltre senza preoccuparmi più di tanto. Non dissi niente a nessuno. Dopo mesi lo raccontai ad un’amica, raccomandandole di tenerselo per sé, non volevo che la mia famiglia si preoccupasse. Non riuscii nell’intento. La mia amica lo raccontò e quando la notizia uscì, i miei volevano tornassi a casa».

Sevra Baklaci shows a picture of her when she was working at Syrian Arab News AgenceNovembre 2013, la guerra continua, Sevra è a Damasco e dalla Turchia le propongono di candidarsi per le elezioni a Defne, una circoscrizione della provincia Hatay per il TKP, il partito comunista turco. Lei accetta e torna lo scorso gennaio a casa.
Defne diventa circoscrizione dopo la “Metropolitan Law” di Erdoğan, che ridisegna i distretti, una legge finalizzata alle elezioni, una legge del governo per il governo.

Defne è storicamente la regione in cui vivono gli alauiti, detenendone la maggioranza. Scorporando questa circoscrizione da Antiochia, l’elettorato alauita non influirà nelle votazioni della città, ma verrà confinato nella propria circoscrizione.
«Tornai a casa e mi candidai per le elezioni del 30 Marzo. Adesso sono qui, mi sento come un pesce fuor d’acqua» dice. Il tempo che può dedicare a se stessa non è molto, per una persona che ama stare da solaA van showing the can didate Sevra Baklaci come Sevra, la carriera in politica è forse la più difficile, antitetica alla sua personalità mite. Ogni giorno si divide tra riunioni ed incontri con il pubblico. La metodologia politica è decisamente attiva e personale nella Turchia del sud, soprattutto per un partito comunista, confinato all’uno per cento dei voti. Ma Sevra, anche se ha passato diversi anni all’estero, la conoscono tutti, tutti hanno aspettative. “Defne de Sevra” recitano le scritte sui muri, “Sevra a Defne”.

Essere una donna in una società dove il maschilismo è forte, non è facile, specialmente se questa donna sta correndo per una posizione di potere. «Il fattore di essere donna è stato problematico all’inizio, la gente era scettica, ma poi hanno avuto modo di conoscermi e la situazione è decisamente migliorata. Se vincerò le elezioni, sarò la prima donna a ricoprire questa posizione in Defne».

Sevra Baklaci during a visit to a family in HarbyeSevra sta scrivendo un libro per raccontare la sua Siria, «un giorno due colpi di mortaio colpirono la sede dell’agenzia. Sono stata fortunata, » dice, «quel giorno non ero andata al lavoro. Purtroppo alcuni miei colleghi non sono stati altrettanto fortunati, ho perso degli amici quel giorno».

In tre anni la sua vita e cambiata radicalmente, ma come si vede lei fra un anno? Senza indugio e con un sorriso risponde: «Presidente di Defne!».

 

¹ KPSS – Kamu Personeli Secme Sinavi – Esame di selezione del personale pubblico.

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